
Un’esperienza assai strana questa del vaccino. Appena si chiarisce che possiamo prenotare, corro senza esitazione in farmacia. Per scrupolo e coerentemente ai nostri impegni da caregiver, per entrambi ma a qualche giorno di distanza. Poi scoppia il nuovo caso Astrazeneca, e tra richiami, circolari ministeriali e gossip pseudoscientifico, la confusione incalza. Ma imperterrita continuo ad affidarmi.
Il centro vaccini triestino è ospitato nella vecchia centrale idrodinamica in Porto Vecchio, e nel padiglione di fronte.
I parcheggi sono pieni come al centro commerciale un sabato mattina, ma in zona gialla: tra edifici nuovi dal design pulito, pratico e informale, e altri degradati fino all’implosione, si muovono un numero di mezzi e di persone che decisamente non mi sarei aspettata, e questo strano “quartiere” ha quella personalità un po’ ambigua degli spazi urbani recuperati a metà, a cui non siamo abituati.
Mi riprendo dalla sorpresa: sono sola, in anticipo, in una scenografia che adoro, che fa tanto Trieste ma anche un po’ Grande Nord. I magazzini ottocenteschi, le banchine, il mare, un’inedita riconquista di questi spazi meravigliosi che tanto fanno dibattere. Titoloni, convegni, linee di indirizzo, studi di fattibilità, inaugurazioni. Niente che renda intanto giustizia alla bellezza. E soprattutto alla bellezza effimera di questo preciso momento, in cui il degrado e il recupero convivono come ying e yang. Fin che dura, me lo godo, lo respiro a fondo questo fascino.
La luce è fredda, ovattata, il sole è opaco, anche i rumori arrivano schermati, attutiti. Mi sembra di guardare la scena in video: l’archeologia industriale fatiscente e sgargiante. Le lunghe bitte cadute sul campo segnano il piazzale griffato (letteralmente) Fedriga e Di Piazza. Avete mai visto una bitta sradicata? Se le avete viste solo conficcate come chiodi nella banchina non immaginereste mai quanto sono lunghe, quelle per l’attracco delle navi alte addirittura come ombre di giganti al tramonto!

Le gru, lo scafo. Due giovanissime pattinatrici piroettano, l’allenatore gela: grandi sacrifici per le piccole promesse a palestre chiuse. Gli esodati delle palestre sono decine in realtà: corsa, stretching, stretching, corsa. L’Immaginario Scientifico aspetta.

I binari affogano, nell’asfalto o nel colore. L’alta tensione sfrigola lungo il vecchio cavo sopra la mia testa quando passa il treno. Il vagone abbandonato e depredato è più arte o degrado? È bellissimo. Una metafora surreale e poetica. Chi va. Chi si ferma.

Epoche e genti si accalcano in questo tempo sospeso dall’emergenza. Pandemia: parola che sa di medioevo, così contemporanea. Pan-demos. Tutto il popolo.

È ora. Mi avvicino all’ingresso indicatomi dall’uomo security già pronto a mandarmi via. Parola d’ordine? Caregiver. Passo. All’interno partecipo anch’io alla piccola rivincita dei padiglioni tirati a lucido per ESOF2020 che non ha visto quasi nessuno: lo stesso virus che li ha lasciati quasi vuoti, oggi li riempie.
Seconda dose – Caregiver – Fragile. Ti guardano strano se dici semplicemente buongiorno.
I tuboni di alluminio attraversano il soffitto come gli impianti della mia vecchia fiera.
Gli orari precisissimi degli appuntamenti (18.06, 18.12, 18.18, …) che nessuno ha rispettato rendono del tutto approssimativa la scaletta che la security si sforza di rimettere in ordine. Così io che ho rispettato pedissequamente le istruzioni rischio il ritardo. Vabbè. Pan-demos. Tutto il popolo.
Le coppie anziane sono deliziose. Le due insegnanti in fila davanti a me che si lamentano per la nuova circolare sulle quarantene degli alunni decisamente no. Origlio come al Pedocìn.
Due stazioni: il primo accoglimento con la verifica della documentazione è affidata ai volontari scout, bravissimi. Sotto la divisa scout e la mascherina ritrovo Irene, dopo 20 anni dall’università. Giusto il tempo di dirci che stiamo bene. Secondo barrage: in fila per la chiamata nel padiglione sanitario, la centrale idrodinamica. Sotto la divisa Alexa e la mascherina ritrovo anche Erica la commessa del Laboratorio. Troppa zona rossa, troppa zona arancione. Giusto il tempo di chiedermi perché sono “già” qui.
La Centrale Idrodinamica è spazio della memoria e della storia del porto, ma oggi sembra un ospedale da campo organizzato con precisione militare, e ha altre stazioni. Termoscanner e igienizzazione, poi si accede ad una piccola sala d’aspetto: il numero di sedie, adeguatamente posizionate come misura di contenimento del possibile contagio, determina via via gli accessi ammessi, e quando qualcuno si alza gli altri giocatori del turno vengono caldamente invitati a slittare, per gestire il flusso. Così l’anziana signora poca sicura sulle gambe accompagnata dal figlio fa un po’ di ginnastica suo malgrado. Sembra un qualche rito liturgico. Pan-demos. Tutto il popolo.
Breve triàge: la dottoressa bionda dall’accento decisamente local tutta ingioiellata mi proclama Pfeizer, nonostante la prenotazione Astrazeneca, e mi spedisce alla prossima stazione. Il volontario scout più senior dopo essersi assicurato che sulla mia cartellina sia stato appiccicato proprio l’adesivo Pfeizer mi fa mettere in fila a destra. Qui il distanziamento si fa un po’ fatica a mantenere, il corridoio è angusto, personale sanitario giovanissimo e volontari passano di continuo. Davvero sembra un ospedale da campo. Ma in un paio di minuti è già il mio turno.
Gli Octaorm nuovi e pulitissimi organizzano lo spazio nella bella sala espositiva: penso a quelli Gorizia Fiere, più vissuti, più sbeccati, segnati dalla colla del nastro adesivo sciolto dai faretti, ma decisamente più solidi.
Nei piccoli box due operatori: l’infermiera verifica nuovamente la mia documentazione e mi prepara il cartellino vaccinale con cui richiedere la seconda dose. L’infermiere mi prepara il braccio, si assicura che io non sia mancina, svuota la piccola siringa nella mia spalla sinistra, e io penso a Leonardo. Mi raccomandano di rispettare l’attesa di 15 minuti prima di andare, e di leggere con attenzione la piccola brochure sui possibili effetti collaterali. Come se non avessimo già letto pure troppo.
L’ultima stazione è una sala bella e luminosa, un restauro vivace, attrezzata anche con un proiettore Epson bianco e gigante, tutti più rilassati, un lieve brusio, i 15 minuti passano in un lampo tra qualche messaggio e la brochure che, ovviamente, comunque rileggo. Mi avvicino allo sportello per fissare la data della seconda dose, e l’operatrice di nuovo si assicura che io abbia atteso i 15 minuti. Giuro, sì. 4 maggio. Non vedo l’ora.
Decisamente un’esperienza positiva. Uno strano rito collettivo. Ma rassicurante, corale. Organizzato.
Pan-demos. Tutto il popolo.
Se qualcosa questa esperienza ci sta insegnando, è che davvero siamo cosa sola, e solo insieme, siamo.
We are all in the same boat.

Rispondi