Weekend triestino. La palette già vira dal rosso all’arancione, per ora solo negli umori e aspettando lunedì. Dopo un pranzo a casa che sapeva un po’ di vacanza, nella luce della primavera sottotetto, il frittino, il baccalà, le alici marinate, usciamo a respirare un po’ di città. Una città del primo pomeriggio grazie al cielo meno caciarona dei sabati mattina, che ci piace anche di più. Il viale continua a rimettersi a nuovo: le belle facciate si mettono in mostra prima che le chiome estive dei platani le celino in gran parte. Sogniamo un controsoffitto di luci paesane.
Tiger aperto, con assortimento limitato agli articoli di cartoleria e ai giocattoli, ma non cediamo alla tentazione di vedere il negozio in parziale déshabillé da zona rossa prima della riapertura full optional di lunedì.
Con la primavera in calendario la fontana dei mascheroni è tornata a rumoreggiare fragorosamente, nonostante il gelo dei giorni scorsi. Evidentemente la tabella di marcia dell’ufficio comunale competente non segue gli aggiornamenti Osmer.
Leo sfreccia con il suo monopattino azzurro, osando qualche rollata su buche e scalini, che ogni tanto hanno la meglio. Si fa un capitombolo. Riparte.

Ci infiliamo in via delle Torri: Giovanni non sembra proprio lui. Che osteria è senza avventori che si ridono sguaiatamente in faccia, che bevono gomito a gomito, che pur di non perdere un tavolo si siedono senza preoccuparsi delle briciole lasciate da chi ha gustato pane e mortadella e un bicchiere subito prima… inaspettata nostalgia per un po’ di promiscuità così poco igienica.
In via San Nicolò il portone di Zara è chiuso: non gli resta che sfoggiare i suoi intarsi, bellissimi. Alle vetrine di Bastiani neanche quella magra consolazione: niente lusso, niente bellezza, solo le tende mestamente oscuranti. Atelier Eme si prepara a portare anche a Trieste la sua ricetta per l’abito perfetto: matrimoni e big party della nuova era che inizierà, dopo. Muoio dalla voglia di entrarci in quel negozio, confesso: mi consolerò nell’attesa con le anticipazioni della mia amica SooChic. Le vetrine di Pimki invece non ci fanno rimpiangere per niente la chiusura obbligatoria.
Qualcuno anche qui prova a mantenere l’apertura per vendita selezionata dei prodotti autorizzati: tra qualche capo di biancheria da uomo di alta gamma, e qualche giacchino super trendy in materiale tecnico, camice Barba off limits protette dal nastro bianco e rosso. Non si può vedere.
Arrivati in piazza della Borsa Leonardo non si tiene più e sfreccia sulla pavimentazione favorevole. Prima ancora di imboccare Capo di Piazza intravede un collega in monopattino e parte.
Come al solito la fontana fa da chioccia, e tra monopattini, corse circolari intorno ai 4 continenti, cacce al piccione, gridolini e sit-in si forma presto una piccola gang del monopattino, e noi riusciamo a goderci la piazza. Bella, maestosa. Superba e accogliente, signora e mulona, granitica e leggiera. Il cielo è puro, le bandiere del municipio ondeggiano, posano. Abbiamo pure tempo per un paio di selfy.
I bambini corrono, i colombi scappano. La macchina della municipale sfila a passo d’uomo. Un paio di coppie sedute casualmente vicino sulla panchina si distanziano un po’ di più per scrupolo.
Il Caffè degli Specchi non molla: caffè per asporto, e 288 posti a sedere nel dehors affacciato sulla piazza, allineati come soldatini, vuoti.
Convinciamo Leonardo a salutare la sua piccola gang estemporanea e arriviamo al molo: le bote de mar sono ormai periodicamente di casa, un po’ lo sorprendono un po’ lo impressionano, ma presto quel filo blu elettrico che segna i cappellacci gelatinosi lo attira con fascino ipnotico, tanto che già temo il tragico tuffo fuori stagione… meglio tornare.

Il Gelato Marco ha il taglia-code, almeno 20 persone in fila. Buono sì ma… un’altra volta. Quello di Gangemi andrà benone. Sia gli Specchi che Gangemi hanno ceduto alle lusinghe di un qualche bravo commerciale e come misura anti-Covid usano una macchinetta conta soldi agganciata al registratore di cassa, che si mangia la nostra banconota e sputacchia il resto in monete, e i contatti con la cassiera si riducono a zero. Vabbè.
Rientrando dopo la gelida merenda il D’Annunzio bronzeo e languido con i suoi libri da erudito attira la curiosità di Leo, che sbircia nelle pagine aperte, gli accarezza la pelata, poi cede alla tentazione di un dispettuccio e gli pesta il piede nello scarpino elegante.
Salutiamo il Sommo, attraversiamo Ponte Curto. Sotto la passerella l’Adriatico si infila nel pezzo di canale che la città contemporanea ancora gli concede. Io ADORO questi scorci.

A proposito di scorci: inaspettatamente la finestrella incorniciata dalle coltrine di gesso della Casa delle Bisse è aperta. Mi chiedo perchè Bisse, visto che tre sono le aquile, brutali, e una sola la bissa… Proviamo a chiamare Alida, risponde, saliamo!
L’ingresso austero e buio è un po’ tetro e fa quasi paura. Ma appena passiamo l’ammezzato la luce inonda le scale, il palazzo tirato su a malta e aceto in tempo di siccità è anche più bello di come lo ricordassi. Il vecchio appartamento del rettore è stato acquistato da una signora che fa su e già tra qui e l’Inghilterra (wow). Con Alida c’è anche Ederina, e interrompiamo le chiacchiere tra sorelle nate ad aprile. Leonardo si toglie le scarpe, come fosse a casa delle zie che vede ogni domenica. Anche la mansarda è in perfetta sintonia con il genere di dimora che piace tanto ad Alida: meno vissuta di Prosecco, ma ha quello stile mai finito che è il suo tratto distintivo. L’affaccio su via Ponchielli è sempre pittoresco all’ennesima potenza: lo sguardo si insinua tra i begli edifici del Borgo Teresiano, rimbalza sul fianco sontuoso di Sant’Antonio Taumaturgo, decolla elegantemente e si tuffa nel Golfo con uno splash all’orizzonte. Sarebbe senza dubbio un super best seller airbnb. Tanto già sappiamo che Alida non si rassegnerà a mettere a frutto il suo gioiellino.
Salutiamo, prima che Leonardo si scateni del tutto, decisamente a suo agio. Non farò neanche in tempo a raccontare l’improvvisata a Fiorano, immediatamente battuta sul tempo dalle zie che non vediamo mai.
Il nostro viale è insolitamente tranquillo, Roberto mi regala (proprio spontaneamente) uno degli ultimi mazzi di tulipani della stagione: il ragazzo cinese mi saluta come la cliente abituale che sono diventata concedendomi questo lusso dei fiori freschi del sabato, che fa tanto Notting Hill, e mi consiglia il giallo, oggi sono i più freschi.
Superenalotto. Non si sa mai.
Se vinciamo compreremo una bella casa tra filari di ribolla e friulano, con la taverna che non voglio, da lasciare in disordine dopo le serate di amici e vino. E ovviamente un bell’appartamento urbano e triestinissimo, affacciato sul Golfo, la terrazza sferzata dalla Bora, che muove le bandiere della piazza, le coltrine di gesso invece no, fischia tra le colonne greco ortodosse, fa ribollire l’acqua di questo altissimo Adriatico che porta fin sui gradini del Molo Audace i cappellacci gelatinosi ricamati di blu elettrico.
I LOVE TRIESTE.
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