Zona Rossa. Di nuovo fermi, come sul tabellone del Gioco dell’Oca, finchè… finchè?

Il tempo un po’ si accorcia un po’ si dilata in questi mesi straordinari. Il sabato è meno social, e basta per il mercato, per le faccende, per recuperare un po’ le energie. Così il primo dono è una domenica senza l’ansia di fare non so che prima che sia già lunedì.
Spostamenti consentiti nel comune e per fare attività fisica. Sulle tracce dell’aglio orsino ci troviamo all’ingresso del Parco dell’Isonzo. Vivere a Gorizia significa anche raggiungere in pochi minuti, anche a piedi dal centro, senza sfidare DPCM e Ordinanze, un vero e proprio bosco: rumori, odori, luce, colori. Mentre il Parco di Piuma è una vecchia conoscenza, ormai anche per Sofia, il parco sull’argine sinistro è un dono nuovo, il secondo di oggi.
Il piccolo anello del sentiero si apre appena dopo il parcheggio dietro l’oratorio di Campagnuzza su un prato perfetto per condividere con Leo i primi rudimenti di botanica: denti di leone, ortiche, pratoline, violette, botton d’oro, ma anche qualche narciso giallo rallegrano il tappeto erboso di un bel verde brillante. Primi e ultimi, perché io arrivo poco oltre.
Le api già assetate si godono i benefici dell’insediamento umano bevendo comodamente alla fontanella. I fortunati abitanti delle villette con i giardini che letteralmente si tuffano nel parco provano ad estendere il loro avamposto: sul ramo di un albero che è già bosco una bella lanterna di legno marca il territorio. Beati loro.
Non c’è traffico, ma padroni e cani e qualche coppia come noi passeggiano. Nonostante le presenze rarefatte tutti con mascherina indossata: rigore o rassegnazione.
Il sentiero scende poi bruscamente, entra nel bosco per avvicinarsi con un taglio ripido all’argine: i rovi di more convivono con le canne di bambù, ma vista la vicinanza con i giardini a suo tempo modaioli non manca addirittura qualche palma: vabbè.
Quella di oggi non è però una passeggiata qualunque, per il gusto di muoversi, con perimetro condizionato dal Ministro Speranza: da qualche giorno la passione di Peter per le erbe spontanee ha portato nella vita del mio ristoratore senza ristorante (speriamo per il tempo più strettamente necessario possibile) un nuovo dono: l’aglio orsino è fresco come un filo d’erba e piccante come il bulbo di cui condivide il profumo, ed è la scoperta dell’anno! Il ristoratore amalgama sapientemente la gioia pura della nuova conoscenza con il rammarico pungente che sia stata così tardiva. Per non parlare del dispetto di una scoperta gastronomica fatta a Caramella chiusa, e quindi nell’impossibilità di farne sfoggio in menù, senza citare poi l’affronto: tutti sapevano, e tacevano, mentre oggi Instagram si popola di lodi all’aglio selvatico! Sarà che un po’ per tutti il dono del tempo più il dono della primavera alle porte non fanno due doni, ma dono all’ennesima potenza?
No, non raccogliamo proprio niente, ci limitiamo a godere della bella luminosità di quelle ampie chiazze di un verde primaverile, che coprono fresche il terreno umido e ombroso che le accoglie con indulgenza. Ci ha già pensato Peter, ieri, a cui noi facciamo, ci pare, il dono di apprezzare quel suo raccolto che gli riempie lo spirito più di quanto sarebbe lecito e sensato riempire il frigo o il freezer.
Leonardo esplora, trascinando un ramo decisamente troppo lungo di bambù spezzato che il papà gli ha sfrondato per il gusto di tirare fuori il suo taglierino. Il bambù che mangiano i panda. Ma no, non qui. Tutto chiarissimo. Imbocchiamo una deviazione dall’anello principale che porta proprio al margine del bosco, dove l’argine diventa sabbioso, e poi si interrompe improvvisamente, e con uno scalino finisce sui ciottoli già letto del fiume, dove ai rami di rari arbusti si aggrappano i resti delle piene: qualche sacchetto, qualche straccio, qualche altro rifiuto. L’acqua è veloce, gelida e cristallina. Leo ci mette un po’ per capire che anche in questa striscia d’acqua con cui abbiamo così poca confidenza il gioco dei sassi funziona proprio come ai Topolini. Per essere una città sul fiume, Gorizia lo tratta un po’ come un parente con cui ormai non ci si sente quasi più.
Arriva trottando un labrador libero e felice, subito richiamato dal padrone. Risaliamo, Leonardo con passo incerto da vero cittadino. Forse è una tattica per affondare di nuovo le dita nella sabbia grossolana e umida, tra i ciottoli instabili.
L’orecchio si abitua alla voce del bosco e sentiamo il cinguettio della primavera più nitido, il vento sibila, l’albero scricchiola, il fiume scorre, il picchio è a caccia di larve, un piccolo aereo ci sorvola, il treno attraversa il ponte della ferrovia, le nuvole corrono in silenzio. Anche il silenzio ha un suo suono dopo un po’, e anche la voce del bosco è un dono prezioso.
L’anello risale già, ma noi imbocchiamo il sentiero che ci porta fino agli impianti di Iris Acqua, proprio sotto il mio vecchio ufficio al padiglione C, capiamo un po’ spaesati. Il bosco ci regala anche un po’ di alloro fresco, lungo il sentiero felpato di muschio, perfetto per il presepe che non facciamo. L’edera lucida riflette il sole ai piedi di arbusti e roverelle, e qualche albero già fiorito che non riconosco. Nell’aria odore di stufa a legna, o forse uno sparger, accesi in zona per respingere il freddo pungente di questo secondo giorno di primavera.
Usciamo dalla tana del Bianconiglio e siamo di nuovo in città. A pranzo polpette e focaccia fatta in casa con i cristalli di sale di Maldon e il pesto di aglio selvatico, un bicchiere del Somnija di Gianluca e Tina. Doni della zona rossa, doni del mare, doni del bosco, doni di amici.
La libertà è nelle piccole cose. Dopo quasi 400 giorni siamo ancora in una bolla di limitazioni, preoccupazioni e paure. Ogni normalità ci regala però un senso di libertà puro e benefico. Solo una passeggiata, fino al parco. Coltellino d’ordinanza, braghe comode, wind-stopper autoktono contro l’ultimo vento gelido. Non mi serve altro. Solo Monica e Leonardo. La truppa è al completo. Passeggiamo, respiriamo l’aria del bosco, ci godiamo la luce tra le fronde e le mani fredde. Un passo alla volta sul muschio, i ciottoli, la sabbia, insieme. ERREGI
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